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soldi rubati al POPOLO
Soldi rubati al popolo
Quasi 28 milioni di euro ai giornali di partito
Lo Stato finanzia tutta la stampa . Ai quotidiani e periodici ex organi di movimenti politici o editi da cooperative oltre 190 milioni di euro all'anno
"L'unita'" (DS): 6.817.231; "Liberazione" (PRC): 3.718.490; "La Rinascita" (PdCI): 907.314
Grazie alle modifiche apportate dalla Finanziaria 2006 alle leggi 416 del 5 agosto 1981 (che disciplina le imprese editrici di quotidiani e periodici e ha istituito il contributo statale per i giornali di partito per salvarli dal fallimento); alla 67 del 25 febbraio 1987 (a favore dei giornali organi di movimenti politici che vantino almeno due deputati eletti in parlamento); alla 250 del 1990 (che regola la spartizione del finanziamento pubblico da parte dello Stato alla stampa e l'editoria dei partiti) e alla legge 388 del 2000 a favore di "quotidiani, già organi di movimenti politici, editi da cooperative costituite entro il 30 novembre 2001", tutte le imprese radiotelevisive, editrici di libri, periodici e le testate giornalistiche registrate come organo di partito edite da cooperative o appoggiate da due parlamentari o da un eurodeputato, si apprestano a prendere parte al lauto banchetto per la spartizione dei 667 milioni di euro (oltre 1.200 miliardi di lire) che ogni anno lo Stato ruba al popolo per finanziare tutta la stampa e mass media sia della destra che della "sinistra" del regime neofascista.
La torta è ripartita in 4 fette: la prima, poco meno di 28 milioni di euro è riservata ai giornali ufficialmente registrati come organi di movimento politico; la seconda, 31,4 milioni, se li spartiranno gli ex organi di movimenti politici editi da cooperative costituite entro il 30 novembre 2001; la terza fetta di quasi 89,5 milioni di euro va ai quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti o da società la cui maggioranza del capitale sociale è detenuta da cooperative nonché quotidiani italiani editi e diffusi all'estero e giornali in lingua di confine; il resto, circa 12 milioni di euro vanno ai giornali politici e delle minoranze linguistiche; alle testate edite da cooperative editoriali; alle testate per i non vedenti; alla stampa italiana all'estero: giornali italiani pubblicati e diffusi all'estero; pubblicazioni edite in Italia e diffuse prevalentemente all'estero; e ai quotidiani teletrasmessi all'estero.
A ciò si aggiungono: i contributi per il credito d'imposta per l'anno fiscale 2004 pari al 10% della spesa complessiva per l'acquisto della carta; contributi per l'anno 2004 per le compensazioni a Poste Italiane Spa per le tariffe speciali applicate alle spedizioni editoriali; i finanziamenti concessi alle imprese editoriali (ex legge 62/2001) per il credito agevolato e per il credito d'imposta in relazione agli investimenti fissi di ristrutturazione e ammodernamento della capacità produttiva (in corso di elaborazione); i fondi per la riqualificazione e la mobilità dei giornalisti; i contributi alle imprese radiofoniche "libere" e a quelle ufficialmente registrate come organi di movimento politici erogati ai sensi dell'art. 4 della legge n. 250/1990; i rimborsi alle imprese radiofoniche a carattere locale per le spese per abbonamento alle agenzie di informazione ai sensi dell'art. 7 della legge n. 250/1990; i rimborsi delle spese per abbonamento ai servizi delle agenzie di informazione erogati ai sensi dell'art. 8 della legge n. 250/1990 e i rimborsi alle televisioni locali delle spese per l'abbonamento ai servizi forniti dalle agenzie di informazione erogati ai sensi dell'articolo 7 della legge n.422 del 1993.
Insomma, ce n'è per tutti, ivi compresi i ricchi e potenti quotidiani di più larga diffusione nazionale a cominciare da "La Repubblica", "Corriere della Sera", "Il Sole-24 ore" "La Stampa" e "Messaggero" a cui lo Stato rimborsa una parte dei costi per l'acquisto della carta, le spese per le spedizioni e gli abbonamenti alle agenzie di stampa, fino alle testate dei maggiori partiti politici. E tutti, dai radicali (che per i servizi di "Radio radicale" intascano oltre 4.132 mila euro all'anno) ai fascisti della Fiamma tricolore, da "Liberazione" all'organo del PdCI "La Rinascita", da "La Padania" fino agli ultraliberisti de "Il Foglio" di Giuliano Ferrara e "Libero" di Vittorio Feltri che quotidianamente si scagliano contro lo "Stato assistenzialista" ed esaltano la "libera impresa", avranno la loro bella fetta di finanziamento pubblico. Basti pensare che pur di incassare il malloppo questi campioni del liberalismo sarebbero disposti a fare carte false: "Il Foglio" ad esempio per ottenere i suoi 3,5 milioni di euro all'anno di contributi pubblici è stato il primo a usare il "trucco" dei due parlamentari diventando il giornale della misconosciuta Convenzione per la giustizia (due parlamentari, il minimo chiesto dalla legge), mentre "Libero" addirittura è diventato l'organo del Movimento monarchico nazionale e grazie a ciò incassa oltre 5,3 milioni di euro all'anno. Con questo "trucco" come lo ha definito lo stesso rinnegato del comunismo e agente della Cia dichiarato, Giuliano Ferrara, anche "Il Borghese", di cui Feltri è stato direttore, e "Il Riformista" finanziato dall'ex braccio destro di D'Alema, Claudio Velardi, e diretto dal rinnegato del PCI Paolo Franchi (ora senatore della Margherita) che si è agganciato alla rivista di Macaluso "Le ragioni del socialismo" hanno "diritto" alla loro bella fetta di finanziamento pubblico che ammonta rispettivamente a 2,5 e 2,179 milioni di euro a testa all'anno.
La cosa ancora più scandalosa riguarda i criteri in base ai quali questa mega torta viene spartita. La legge prevede infatti che il contributo statale venga erogato in proporzione ai costi e alla tiratura del giornale. Dunque più copie stampi più aumenta il contributo. C'è un solo limite: bisogna che la testata venda almeno il 25% della tiratura. Ma questo non è un problema perché molte testate vendono sottocosto, regalano o addirittura scaricano alle fermate degli autobus e delle metropolitane decine di migliaia di copie che fanno figurare come vendute.
Prendiamo per esempio "Opinione delle libertà" che, insieme a "Libero" e "La Padania" sono sotto causa per aver diffamato il PMLI definendo i suoi militanti filo terroristi e fiancheggiatori di Al Qaeda, e come dice il suo direttore Arturo Diaconale, è agganciato "ai parlamentari di cultura liberale, riformista che sono stati eletti dentro Forza Italia". La sua tiratura è di 30.000 copie, perciò se vuole i soldi pubblici ne deve vendere almeno 7.500. Ma non ce la fa. Allora per fare numero vende sottocosto a 10 centesimi.
Perciò risulta che ci sono decine di testate che non vanno nemmeno in edicola, non vendono nemmeno un decimo delle copie che stampano, non hanno alle spalle un'azienda giornalistica, ma incassano ugualmente decine di milioni di euro all'anno.
In base all'elenco delle testate, gran parte delle quali create ad hoc con nomi a dir poco stravaganti e improbabili e sconosciute perfino agli edicolanti, ammesse al banchetto per i finanziamenti riferiti all'anno 2003 e pubblicato sul sito del governo, la parte del leone spetta a l'Unità con 6,817 milioni di euro all'anno, mentre al quotidiano della Cei, "Avvenire", andranno 5,590, Libero 5,371, Italia Oggi 5,061, Il Manifesto 4,441, La Padania 4,028, Liberazione 3,718, Il Foglio 3,511, Il Secolo 3,098, Europa 3,138; seguono: La Discussione, Linea Giornale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, L'Avanti!, Roma, Il Borghese e il berlusconiano Il Giornale tutti a quota 2,582; poi c'è il Sole che Ride 1,020, il quotidiano della Volkspartei (oltre un milione), la Rinascita della sinistra (quasi un milione) fino al defunto Liberal che ciononostante continua ad incassare 563 mila euro all'anno.
Durante il ventennio fascista Mussolini usava il manganello e l'olio di ricino per irreggimentare la stampa e i mass media,Stalin invece era piu' concreto e uccideva l'opposizione (fisicamente).Oggi eal governo in carica basta chiudere il rubinetto del finanziamento pubblico per ottenere lo stesso risultato.
ANDATE A FANCULO
| Senato: bocciato blocco stipendi |
| No a emendamenti Calderoli, anche la Lega gli volta spalle |
(ANSA) - ROMA, 4 OTT - I senatori non si bloccano lo stipendio: un no bipartisan ha travolto due emendamenti 'anti-casta' presentati dal leghista Calderoli. Presentati durante la discussione sulla nota di variazione del Dpef, gli emendamenti impegnavano il governo a fermare per sempre gli aumenti automatici degli stipendi dei senatori, e riguardavano (il secondo) la riduzione del numero di ministri e sottosegretari. Il centrosinistra ha votato no ma, a sorpresa, lo ha fatto anche il centrodestra, Lega compresa. |
I politici italiani sono i più cari d'Europa
Ricerca Confindustria: i politici italiani sono i più cari d'Europa
Un deputato costa 16,3 euro per cittadino, contro 2,1 della Spagna, 8,1 della Francia e 6,3 della Germania

Il nuovo attacco alla casta questa volta non arriva da Beppe Grillo, ma da una ricerca di Confindustria (I quaderni di ricerca n. 4 “Una democrazia funzionante per una politica economica riformatrice”).
L’analisi con con gli altri paesi europei è impietosa e dimostra, una volta di più, come sia oramai necessario un profondo intervento riformatore.
Il primo raffronto comparato prende in esame i principali paesi europei – Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito – relativamente alle risorse complessivamente assegnate per il funzionamento delle rispettiva Camere basse (la Camera dei deputati per il nostro paese).
Ebbene l’Italia è il paese che spende di più. Il funzionamento delle Camere basse di Italia, Germania, Francia, Spagna, Regno Unito costa complessivamente circa 2,3 miliardi di euro all’anno. Di questo costo, il nostro paese assorbe ben il 41%. La Spagna assorbe appena il 4%. Francia e Germania messe insieme il 45% ovvero solo quattro punti percentuali in più del nostro paese.
Altro indicatore significativo è quello che si riferisce al costo medio sostenuto per parlamentare. Nel 2005 era per l’Italia di 1.531.952 euro. Poco meno del doppio di quello complessivamente sostenuto da Francia e Germania e sei volte superiore a quello sostenuto dalla Spagna.
Se la comparazione è effettuata in base all’ampiezza della popolazione dei paesi considerati, le proporzioni del fenomeno non cambiano.
Sempre facendo riferimento al 2005, il costo medio di ciascuna Camera bassa per cittadino era, per l’Italia, pari a 16,3 euro, contro 2,1 euro della Spagna, 8,1 della Germania.
Ricerca Confindustria: i politici italiani sono i più cari d'Europa
Un deputato costa 16,3 euro per cittadino, contro 2,1 della Spagna, 8,1 della Francia e 6,3 della Germania
20/09/2007Il raffronto internazionale prende in esame anche le indennità di base dei parlamentari europei.
L’europarlamentare made in Italy è quello che percepisce la retribuzione più alta - 149.215 euro all’anno -, a fronte di 84.108 euro per la Germania, 82.380 per il Regno Unito, 63.093 per la Francia, 39.463 per la Spagna.

200 MILIONI DI EURO 1° NEL MONDO
IL DOCUMENTO. Con 200 milioni di euro siamo in testa anche
per il finanziamento pubblico: "Il Palazzo più caro del mondo"
Un dossier di Confindustria accusa:
"La politica incapace costa troppo"
di CARMELO LOPAPA
Il documento, che sarà presentato domani, si risolve in una critica impietosa e a tutto campo: "Vi è un chiaro problema di inadeguata governance del Paese che risiede nella legge elettorale, nelle regole di governo, nella forma di Stato". Gli imprenditori, neanche a dirlo, nutrono scarsa fiducia nella capacità della politica di rigenerarsi, tanto che "una riforma della legge elettorale resta improbabile" e solo l'iniziativa referendaria, è la loro tesi, "può essere una spinta salutare verso il cambiamento".
Ma il bubbone sul quale il centro studi di via dell'Astronomia ha focalizzato l'attenzione è quello attualissimo dei costi. "Il fatto che la politica abbia dei costi non è messo in discussione. Ciò che invece è motivo di pesanti critiche è il fatto che ad una inevitabile livello di costi non corrisponda un funzionamento efficace".
Il finanziamento della politica. L'analisi di Confindustria mette a confronto i sistemi di cinque paesi occidentali: Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. In Italia il meccanismo ruota attorno ai rimborsi elettorali, che in occasione del voto del 2006 sono ammontati a 200 milioni 819 mila euro. Fuori dai nostri confini l'asticella scende non di poco: 152 milioni di euro il finanziamento negli Usa, 132 milioni in Germania, 73 milioni in Francia, 60 in Spagna, 9,23 (ai soli partiti di opposizione) nel Regno Unito.
Quanto costa il Palazzo. Dal raffronto emerge che "l'Italia è il Paese che spende di più" per mantenere le istituzioni. Anzi, il nostro Parlamento, da solo, assorbe il 41% dei costi complessivi, quanto Francia e Germania insieme. Di conseguenza, è piuttosto sostenuto il costo medio delle casse pubbliche per ciascun parlamentare: 1 milione 531 mila euro, "poco meno del doppio di quello complessivamente sostenuto da Francia e Germania e quasi sei volte superiore a quello sostenuto dalla Spagna".
Ogni italiano infatti spende 16,3 euro per sostenere le Camere, contro i 2,1 della Spagna, l'8,1 della Francia, i 6,3 della Germania. E questo, incalza Confindustria nella sua disamina, "malgrado la situazione italiana sia contraddistinta da minore efficacia ed efficienza".
L'Italia si piazza in testa alla classifica anche per gli stipendi dei suoi 78 europarlamentari. Quasi 150 mila euro di indennità base (alla quale aggiungere rimborsi spese, benefits, costi di soggiorno) a fronte dei 105 mila dell'Austria che segue lontana secondo, gli 84 mila della Germania e giù con gli altri. Per non dire dello stipendio dei parlamentari nazionali. Il centro studi mette maliziosamente a confronto l'indennità con il costo di 1 kg di pane, dal 1948 ai nostri giorni. Fino al 2006, quando lo stipendio ha superato quota 15.304 euro a fronte di una spesa per acquistare il pane che per il cittadino comune ammonta a 2,86 euro.
La patologia del sistema. E poi c'è l'indotto della politica, il popolo di consulenti, esperti, consiglieri, assessori, portaborse, che negli anni è cresciuto a dismisura. Gli industriali parlano di "ipertrofia degli apparati burocratici che soprattutto nelle due ultime legislature hanno proliferato indisturbati e senza controllo". Di più, di "permanenza di privilegi improntati a due pesi e due misure". "Un humus tutto italiano, storicamente allergico al rispetto delle regole e al controllo della legalità". È la Politopoli secondo Confindustria, destinata a essere travolta dalla "sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, la più alta tra i paesi sviluppati".
(19 settembre 2007)
AEREI BLU
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Padoa-Schioppa preferisce Easyjet, Prodi il treno
Ministri e aerei blu: i politici «Mille Miglia»
Nel 2005, con Berlusconi, il conto degli aerei di Stato toccò 65 milioni di euro. I tagli di Micheli: rifiutato il 15% delle richieste
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Mastella atterra all'aeroporto militare di Linate con l'aereo di Stato (Sestini)
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Inutile dire che un passaggio non si negava a nessuno. Ecco perché una telefonata di solidarietà a Clemente Mastella era il minimo che il Cavaliere potesse fare. Ci fosse stato ancora lui alla presidenza del Consiglio, tutto questo forse non sarebbe accaduto. Durante la sua permanenza a palazzo Chigi le spese per i voli blu erano progredite con un crescendo rossiniano.
Nel 2000, ultimo anno «pieno» di governo del centrosinistra, il costo del trentunesimo stormo dell'aeronautica militare era stato di 19 milioni di euro. Nel 2002, era salito a 23. L'anno seguente, a 41. Nel 2004, a 52. Nel 2005 si era fermato a 50 milioni, ma sommando a questa cifra la spesa sostenuta per l'uso degli aerei della Cai, la compagnia dei servizi segreti, e di due società private, si arrivò appunto a 65 milioni e mezzo.
IL TAGLIO DI MICHELI — Poi al primo piano di palazzo Chigi ha fatto l'ingresso, insieme a Romano Prodi, un certo Enrico Micheli. Ex direttore generale dell'Iri, sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti e competenza sui voli di Stato: è lui che deve dare le autorizzazioni per usare gli aerei blu. E non si è fatto molti amici. Appena ha varcato la soglia del suo ufficio ha alzato il telefono e ha detto ai suoi colleghi di governo: «Diamoci una regolata tutti quanti». Nel 2006 il conto del trentunesimo stormo è calato a 43 milioni. Ma se sono attendibili le stime dell'attuale governo, secondo cui nei primi cinque mesi di quell'anno (gli ultimi di Berlusconi) ne erano stati spesi ben 30, significa che da 6 milioni al mese si era passati a 1,8 milioni. Quest'anno, con tutta la buona volontà, se ne spenderanno invece 28: 2,3 al mese. Almeno, però, non ci sono più i cinque Falcon dei servizi segreti, che sono stati destinati a uso esclusivo dell'intelligence e presto saranno ridotti a tre, e nemmeno gli aerotaxi privati: i contratti con la Eurofly service di Rodolfo Baviera e la Servizi aerei dell'Eni non sono stati rinnovati.
Non che la riduzione della flotta da 17 a 12 mezzi (dieci aerei e due elicotteri) sia stato un deterrente decisivo. All'inizio le domande arrivavano a valanga. Nei primi sei mesi Micheli ha rispedito al mittente non meno del 15% delle richieste. E poi ha fissato alcune regole: per esempio, che ogni decisione sia accentrata a palazzo Chigi e che l'ufficio voli abbia l'elenco preciso di chi sale a bordo. Si è cercato di scoraggiare anche le delegazioni numerose, ma con un governo di 102 persone «scoraggiare» è una parola grossa.
Ai voli blu hanno diritto il presidente della Repubblica, gli ex capi di Stato, il presidente del Consiglio, i presidenti delle Camere, il presidente della Corte costituzionale e i membri del governo. Sempre che si tratti di viaggi per scopi istituzionali. Quale è, anche se può sembrare singolare, la presenza di un ministro alla premiazione del Gran premio d'Italia di Formula uno. Naturalmente, anche in questi casi non è vietato, ma anzi incoraggiato, l'uso degli aerei di linea. Quando però il volo normale non è «compatibile» con le esigenze del viaggio, ecco che si spalanca il portello del Falcon della presidenza. Capita così che anche Patrizia Sentinelli, viceministro degli Esteri (di Rifondazione comunista) con delega alla cooperazione internazionale, viaggi spesso per ragioni di servizio con l'aereo di Stato. Come anche il vicepremier Francesco Rutelli, il ministro della Difesa Arturo Parisi e, naturalmente, il responsabile della Farnesina Massimo D'Alema. Mastella è stato visto spesso all'aeroporto di Napoli in procinto di salire sul Falcon per tornare a Roma dopo il fine settimana. Mentre Tommaso Padoa-Schioppa, quando può, prende l'aereo di linea, preferendo il low cost. E non perché un giorno il Falcon della presidenza che lo riportava a Roma da Lussemburgo abbia avuto una seria avaria al motore in fase di decollo. Ma perché si sappia che se il ministro dell'Economia va a Berlino con Easyjet, forse lo possono fare anche gli altri.
ALTE SFERE — Per ragioni di sicurezza il volo di Stato «può» (e non «deve») essere utilizzato anche nel caso di trasferimenti «non per scopi istituzionali» dalle più alte cariche dello Stato e da alcuni ministri più sensibili. In altri casi anche lui si deve arrendere. C'è poi un altro passeggero illustre che ha sempre un posto a disposizione sui velivoli della presidenza del Consiglio, senza alcuna condizione particolare. È il papa, che per i voli transcontinentali utilizza l'Alitalia, ma per quelli interni ha a disposizione uno dei due elicotteri (quello verniciato di bianco) e l'Airbus di palazzo Chigi. Del resto, come si fa a dire di no a Joseph Ratzinger?
Qualche no, invece, l'hanno dovuto incassare anche alle alte sfere. In una occasione sarebbe toccato pure a Rutelli, per mancanza di aeromobile. Uno spiacevole contrattempo, occorso una volta a quanto pare anche al presidente della Camera Fausto Bertinotti, considerato un frequent flyer della flotta di Stato. Non si è trovato un aereo che lo potesse portare da Roma a Firenze, destinazione che ha raggiunto quindi in treno. Il mezzo preferito da Romano Prodi, che ieri si è curato di farlo sapere, mezzo stampa, a tutti. Anche ai più duri d'orecchie.
AGAZIO LOIERO
Un ottimo affare. Un colpaccio lo mette a segno anche Agazio Loiero, ex ministro mastelliano e attuale governatore della Calabria. In comunione con la moglie acquista a giugno del 2005 il suo appartamento a via Guglielmo Calderini (un terzo piano con ingresso, salone doppio, tre camere, cucina, tre bagni e due balconi) per soli 189 mila euro. La vendita, va sottolineato, è collettiva: la Scip svende i 13 appartamenti dell'immobile e fa felici anche altri inquilini.
I privilegi non sono solo appannaggio di pezzi da novanta della politica (da Mastella a Veltroni, da Baccini a Pionati), ma anche di giornalisti, magistrati, persino di rappresentanti delle forze armate. Il caso del generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi è paradigmatico. Da Initium il finanziere, uno degli uomini di fiducia dell'ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti, nel settembre del 2004 compra un attico a viale Aventino, di otto vani e mezzo, più due cantine e un box auto. Nel pacchetto (il generale e la moglie hanno speso 702 mila euro, ben al di sotto del prezzo di mercato: la zona è tra le più care di Roma) finisce anche un appartamento di quattro vani al piano terra. Particolare curioso: sui balconi ci sono due verande di vetro e alluminio costruite abusivamente (risultano agli atti domande di condono nel 1986 e nel 1995), ma anche il generale, comandante del I Reparto del Corpo, sfrutta la sanatoria voluta dal governo Berlusconi.
CASA NOSTRA
Ministri, presidenti delle Camere, sindacalisti, politici. Attuali ed ex. Hanno acquistato attici e appartamenti da enti pubblici o da privati a prezzi di favore. Rendendo doppio il privilegio che spesso già avevano come inquilini. Ecco nomi e cifre dell'ultimo scandalo immobiliare
Quei figli di papà in via Arenula
Il motto dell'Udeur è 'la famiglia prima di tutto'. Clemente Mastella lo ha applicato alla lettera quando si è trovato di fronte a una grande occasione: acquistare a un ottimo prezzo l'appartamento che ospita la redazione del giornale del partito. Invece di intestare tutto all'Udeur, il segretario ha preferito far comprare alla società dei figli, Elio e Pellegrino. ...Leggi tutta la scheda
Dalla famiglia del presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini a quella del ministro della Giustizia Clemente Mastella passando per la figlia del deputato di An Francesco Proietti. C'è il candidato leader del Partito democratico, Walter Veltroni e il presidente del Senato Franco Marini. Non mancano la Borsa, con il presidente della Consob Lamberto Cardia e il mondo del lavoro con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. C'è il senatore Udc Mario Baccini e il responsabile della Margherita in Sicilia Salvatore Cardinale. Situazioni diverse tra loro che talvolta convivono nello stesso palazzo.
Prendiamo lo stabile Inpdai di via Velletri, a due passi da via Veneto. Al primo piano la moglie di Walter Veltroni ha comprato più o meno allo stesso prezzo pagato dall'ex sottosegretario Marianna Li Calzi che abita al quarto. Ma le due storie sono diverse. Li Calzi ha ottenuto il suo attico alla vigilia della svendita a seguito di una discussa procedura pubblica. Veltroni invece è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti. L'Inpdai aveva affittato sin dal 1956 un appartamento al padre, dirigente Rai. Nel 1994 i Veltroni restituirono all'ente i due alloggi nei quali vivevano Walter e la mamma per averne in cambio uno più grande, il famoso primo piano di via Velletri da 190 metri quadrati che nel 2005 è stato acquistato dalla moglie del sindaco, Flavia Prisco, per 373 mila euro. Il prezzo è basso per effetto non di un'elargizione personale ma per il meccanismo degli sconti collettivi concessi a tutti allo stesso modo. Altra cosa ancora sono gli acquisti delle case dell'Ina ora finite a Generali e Pirelli. Questi colossi privati in alcuni casi si sono comportati come spietati alfieri del libero mercato.





(ANSA) - ROMA, 4 OTT - I senatori non si bloccano lo stipendio: un no bipartisan ha travolto due emendamenti 'anti-casta' presentati dal leghista Calderoli. Presentati durante la discussione sulla nota di variazione del Dpef, gli emendamenti impegnavano il governo a fermare per sempre gli aumenti automatici degli stipendi dei senatori, e riguardavano (il secondo) la riduzione del numero di ministri e sottosegretari. Il centrosinistra ha votato no ma, a sorpresa, lo ha fatto anche il centrodestra, Lega compresa.